Il caso di Jeffrey MacDonald

Eccoci qui con un nuovo articolo su un altro dei delitti che hanno sconvolto l’America: il caso di Jeffrey MacDonald.  

Il 17 Febbraio 1970, una chiamata d’emergenza venne inoltrata alla polizia militare di Fort Bragg, North Carolina. Il capitano Jeffrey MacDonald aveva chiamato un’ambulanza affinché fossero mandati soccorsi a casa sua il prima possibile. Quando la polizia militare arrivò, trovò il cadavere di Colette, la moglie 26enne e incinta del Capitano, e i cadaveri di Kristen e Kimberly, le figlie di 5 e 2 anni. Accanto al corpo di Colette, giaceva MacDonald, ferito e privo di sensi.  

La piccola Kristen era stata uccisa nel suo letto con 33 coltellate al petto e altri 15 colpi inferti con un rompighiaccio. Kimberly era stata uccisa mentre dormiva con una serie di violenti colpi alla testa e 8/10 coltellate al collo. Colette era stata in primis picchiata – il suo corpo era pieno di lividi e aveva entrambe le braccia rotte – e poi era stata trafitta 21 volte con un rompighiaccio e altre 16 con un coltello. La parola “pig” (maiale) era stata scritta con il suo sangue sulla testiera del letto della camera matrimoniale.  

Colette con le figlie Kristen e Kimberly.

MacDonald dichiarò che si erano introdotti in casa sua tre uomini e una donna bionda; lei indossava un cappello a falde e stivali con il tacco e teneva in mano una candela mentre diceva: “Acid is groovy. Kill the pigs” (L’acido è figo. Uccidete i maiali).  

Un agente dichiarò di aver notato una donna che corrispondeva alla descrizione poco lontano dalla scena del crimine. Informò il suo superiore della Divisione Investigativa dell’Esercito, ma in seguito non venne tenuto conto della sua testimonianza. 

Come doveva essere la donna descritta da MacDonald.

MacDonald venne portato in ospedale, dove rimase fino al 25 Febbraio per riprendersi dalle diverse ferite che aveva alla testa, alle spalle, al petto e alle mani. Presentava anche delle ferite da arma da taglio intorno al cuore e una che gli aveva perforato un polmone, facendogli perdere i sensi. 

Dopo vari interrogatori, la Divisione Investigativa dell’Esercito arrivò alla conclusione che la versione fornita da MacDonald fosse una storia inventata per coprire il fatto che fosse stato lui stesso ad uccidere sua moglie e le sue figlie. Teoria confermata dal fatto che le ferite da lui riportate erano molto più lievi rispetto a quelle che erano state inferte alle vittime. All’inizio del Maggio del 1970, il capitano Jeffrey MacDonald venne formalmente accusato per l’omicidio della sua famiglia. 

Venne successivamente rilasciato per mancanza di prove e perché la Divisione Investigativa era stata accusata di aver negligentemente compromesso la scena del crimine. In più, una tale Helena Stoeckley rilasciò una testimonianza dichiarando di essere la donna con il cappello a falde. Durante uno dei molti processi d’appello che seguirono, la sua testimonianza venne messa da parte, dal momento che aveva dichiarato di essere rimasta fuori dalla casa durante la strage – versione opposta a quella di MacDonald stesso. 

Il fatto interessante è che molti elementi del caso di Jeffrey MacDonald sono identici a quelli di un altro caso di cronaca nera che aveva sconvolto l’America appena un anno prima: LA STRAGE DI BEL AIR. In primo luogo, sia Sharon Tate che Colette MacDonald avevano 26 anni ed aspettavano un bambino quando sono state uccise. Inoltre, fattore emblematico di entrambe le stragi è la parola “pig” scritta in bella vista con il sangue di una delle vittime – in un caso sulla porta d’ingresso, nell’altro sulla testiera del letto.

Altre analogie riguardano gli assassini: nella villa di Bel Air si erano introdotti quattro membri della Manson Family, lo stesso numero di persone che MacDonald afferma di aver visto in casa propria la notte della strage.  Ed è proprio alla Manson Family che queste persone potrebbero essere ricondotte: infatti, la donna con il cappello a falde pare parlasse di acidi ed è risaputo che i seguaci di Charles Manson facessero largo uso di droghe pesanti. Pare abbia anche parlato di “uccidere i maiali”, parole scritte sui muri di casa Pasqualino e Rosemary LaBianca, coppia uccisa dalla Manson Family il giorno successivo alla strage di Bel Air. 

Scritta ritrovata sul muro di casa LaBianca.

È proprio a causa di queste analogie che in un primo momento si pensò che l’omicidio della moglie e delle figlie di Jeffrey MacDonald fosse stato compiuto dai seguaci di Charles Manson. Teoria confutata nel processo del 1979: venne posta agli atti come prova una copia del 1970 del magazine “Esquire” che era stata trovata sulla scena del delitto e in cui si parlava della strage di Bel Air. Si arrivò alla conclusione che MacDonald avesse preso spunto dalla rivista per creare una scena del delitto simile a quella di Bel Air, depistare le indagini e uscirne pulito.  

Oltre a ciò, un tecnico dell’FBI dichiarò durante quello stesso processo che le prove trovate sulla scena del crimine contraddicevano e smentivano la versione dei fatti che era stata fornita da MacDonald. 

Dopo diversi anni di processi e appelli, nel 1979, il capitano Jeffrey MacDonald venne riconosciuto colpevole di omicidio di primo grado per l’assassinio di Kristen e di omicidio di secondo grado per quelli di Colette e Kimberly. È in prigione da quel momento, ma continua a sostenere di essere innocente. 

Jeffrey MacDonald ieri e oggi.

L’opinione pubblica si è divisa tra innocentisti e colpevolisti, ma il fatto che lui continui a professarsi innocente può far pensare che nella sua mente sia scattato il meccanismo di difesa definito in psicologia e psicoanalisi come “diniego”. Tale meccanismo esclude dalla consapevolezza un certo aspetto disturbante della realtà, ossia nega la realtà stessa. È una difesa primitiva che può entrare in gioco quando la nostra mente non riesce a capire, gestire e accettare un evento particolarmente traumatizzante, così lo elimina dalla nostra memoria. Il diniego può portare al delirio, e il fatto che un adulto lo utilizzi come difesa principale indica la presenza di una psicosi o di un grave disturbo nella sua capacità di valutare la realtà. Jeffrey MacDonald potrebbe soffrire di amnesia rispetto all’atto omicida per la sua incapacità di riconoscersi responsabile. 

Certo è che quello della famiglia MacDonald è uno dei casi più controversi, sconvolgenti e pieni di punti interrogativi della storia della cronaca nera. 

Se siete interessati a saperne di più, vi consiglio la visione della mini-serie “Fatal Vision” (1984), di cui vi lascio il link!

E ora dai un’occhiata agli altri miei articoli!

Pubblicato da Federica Porchera

Mi chiamo Federica, ho 24 anni e sono una interprete e traduttrice in erba, infatti sto per conseguire la Laurea Magistrale in Interpretariato di Conferenza presso la SSML Gregorio VII di Roma. Sono una persona molto determinata e so che con l'impegno e la perseveranza riuscirò ad avere successo.

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